La ZES Unica è entrata nel dibattito pubblico come un’opportunità fiscale, come un’occasione temporanea per spingere le imprese del Mezzogiorno a investire. Ma sarebbe un errore ridurre questo strumento a una somma di scadenze, adempimenti e procedure. La ZES, se osservata con attenzione, è molto di più: è un esperimento di politica industriale che tenta di misurare quanto il Sud sia pronto a trasformare gli incentivi in cultura dello sviluppo. E proprio in questa prospettiva emerge la sua vera natura, non soltanto economica ma identitaria, quasi antropologica.
Da decenni il Mezzogiorno vive in un limbo produttivo: dinamico quanto basta per non arretrare, fragile quel tanto che basta per non crescere come potrebbe. Il differenziale con il resto del Paese non è solo legato al Pil o ai livelli di investimento: è un tema di visione, di abitudini decisionali, di rapporto con il tempo e con la progettazione. Molte imprese meridionali sono cresciute in un contesto dove la quotidianità prevale sulla pianificazione e dove il futuro è spesso percepito come qualcosa da rincorrere, più che da costruire. La ZES interviene esattamente su questo punto, costringendo le imprese a tradurre l’intuizione in progetto, l’idea in cronoprogramma, il desiderio in investimento misurabile.
Ciò che colpisce maggiormente osservando la ZES non è tanto la quantità degli investimenti presentati, quanto il fatto che molte imprese si trovano, probabilmente per la prima volta, a mettere per iscritto la logica dei propri passi: tempi, costi, obiettivi, coerenza finanziaria, modalità di rendicontazione. Un’operazione che richiede consapevolezza e che invita l’imprenditore a uscire dalla logica emergenziale che ha caratterizzato per anni l’economia meridionale. In questo senso la ZES diventa uno specchio che restituisce l’immagine del sistema produttivo: un sistema capace di grande vitalità ma spesso privo di un metodo condiviso.
Il vero paradosso è che l’effetto più importante dell’incentivo non è economico, ma cognitivo. L’impresa che decide di investire non sta semplicemente beneficiando di un credito d’imposta: sta affermando di credere nel futuro del proprio territorio, sta dichiarando di voler rimanere e di voler crescere qui. È un gesto identitario che va oltre il bilancio. Ed è interessante notare come, dietro ogni progetto ZES, si muova un processo di apprendimento silenzioso: riunioni che non si tenevano da anni, preventivi analizzati con maggiore attenzione, confronti tra soci, rapporti più serrati con tecnici, consulenti e istituti bancari. In altre parole, la ZES produce conoscenza organizzativa, e questa conoscenza è un valore che resterà anche quando la finestra dell’incentivo sarà chiusa.
Naturalmente non mancano le criticità. Il Sud non è un territorio nato per assorbire centinaia di investimenti contemporaneamente; la struttura tecnica, amministrativa e produttiva rischia di essere sovraccaricata. È un territorio che corre a velocità differenti: l’impresa accelera, il contesto frena, i fornitori si saturano, le pratiche bancarie rallentano. Non è un fallimento dello strumento, ma la fotografia dei limiti strutturali di un sistema che non ha mai camminato con un passo così rapido. Proprio per questo la ZES può essere letta non solo come una leva di crescita, ma come un test di stress: rivela con precisione i punti deboli su cui costruire politiche pubbliche di lungo periodo.
Il passaggio più affascinante della ZES, tuttavia, non riguarda né gli importi né i progetti, ma il linguaggio che introduce. Per la prima volta imprese, professionisti, amministrazioni e banche sono costretti a parlare la stessa lingua: quella della coerenza economica, della sostenibilità finanziaria, della misurabilità delle scelte. È un fatto culturale di portata enorme, perché riduce la distanza fra chi produce, chi finanzia e chi governa. La ZES diventa così un laboratorio culturale nel quale si impara che lo sviluppo non nasce dalla somma di iniziative isolate, ma dalla capacità di condividere un metodo, una logica, un’idea di futuro.
Questa dimensione culturale è forse il contributo più prezioso dello strumento. La ZES non chiede soltanto di investire: chiede di assumersi la responsabilità di ciò che si dichiara, di misurare ciò che si progetta, di verificare ciò che si realizza. È un approccio che nel Sud è stato spesso ignorato e che oggi torna a essere centrale. Il Mezzogiorno non ha bisogno di agevolazioni episodiche: ha bisogno di processi che trasformino l’incentivo in visione e la visione in metodo. In questo senso la ZES Unica è molto più di un provvedimento fiscale: è un’occasione di alfabetizzazione economica collettiva, un dispositivo che può dare forma a una nuova cultura del fare impresa.
E alla fine, ciò che resterà della ZES non saranno soltanto impianti, macchinari e cantieri, ma la qualità delle decisioni prese, la consapevolezza maturata e la capacità, finalmente più diffusa, di leggere il futuro come qualcosa di progettabile. Se il Mezzogiorno saprà trasformare questa occasione in un’abitudine — l’abitudine alla misura, alla coerenza e alla programmazione — allora la ZES avrà prodotto il suo vero risultato: non investimenti, ma evoluzione. Perché lo sviluppo, prima ancora che economico, è sempre culturale.


